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Pupi Avati alla Sapienza PDF Stampa E-mail
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“Verso la  metà degli anni Sessanta, lavoravo per una famosa ditta di surgelati (Findus, ndr). Una sera entrai in una sala cinematografica e vidi il film più straordinario sul cinema che sia mai stato fatto: Otto e ½ di Federico Fellini. "Quel film cambiò radicalmente la mia vita e mi fece comprendere a pieno le potenzialità del mezzo cinematografico. Allora sono corso dai miei amici al bar che frequentavo, il Bar Margherita,  e ho detto: ‘dobbiamo fare cinema’. Io avevo già deciso di fare il regista, anzi volevo essere proprio Fellini”.

Roma 28 ottobre 2010 - Magari non sarà Federico Fellini, ma di sicuro Pupi Avati è uno degli autori più conosciuti e apprezzati nel mondo, un regista raffinato che racconta un cinema fatto di realtà, vista da ogni punto di vista e filtrata attraverso tutti i generi, dall’horror, al grottesco, alla commedia nera, a quella brillante, fino al dramma e al giallo.

Avati si è messo a nudo, raccontando gli esordi della sua carriera davanti al pubblico degli studenti di Economia della Sapienza, dove è stato ospite in occasione dell’inaugurazione della seconda edizione del concorso “Oltre il pensiero economico”, indetto dagli studenti con l’intento di mettere in relazione l’economia e l’arte, e che quest’anno prende come punto di riferimento la pellicola avatiana “Il figlio più piccolo”, quarantesimo lavoro del regista più prolifico ed eclettico d’Italia.

Il film narra la storia di Luciano Baietti, un immobiliarista romano interpretato da un insolito Cristian De Sica, che, dopo aver abbandonato la moglie e i due figli, mette su una holding di successo con i soldi della consorte, soprattutto grazie ai consigli dell’astuto commercialista Sergio Bollino, uno straordinario Luca Zingaretti.

Ma la crisi economica e alcune manovre finanziarie azzardate portano Baietti sull’orlo del fallimento; per salvarsi decide di intestare tutto al figlio più piccolo, un ingenuo studente DAMS amante dello splatter. Un film che rivela un’indignazione pronunciata verso la realtà che racconta e che risulta atipico per un regista che, come Avati, non ha mai trattato il cinema di denuncia.

“È vero, c’è un’indignazione molto forte nel mio film, ma è anche vero che io racconto anche un’alternativa all’indignazione, che è rappresentata dall’innocenza, dal candore, dall’ingenuità del figlio più piccolo, il protagonista, che alla fine si rivela il più forte”.

L’inadeguatezza, il candore e la voglia di narrare tutta l’umanità dei suoi personaggi, anche quando sono le azioni più spregevoli ad essere protagoniste, rimane sempre la caratteristica predominate del cinema raccontato da Pupi Avati, “il figlio più piccolo” del cinema italiano , quello più sognatore, il più folle,  ma anche il più umano.


Loredana Dursi

 

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