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L’indignazione senza colore: Mercoledì 14 dicembre
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La manifestazione spontanea di un centinaio di persone svoltasi nei giorni scorsi a Piazza Vittorio segna un altro momento di svolta nei subbugli della Capitale.
 
Roma 28 dicembre 2011 - Mercoledì 14 dicembre tornavo a casa da una giornata densa come sempre: densa di lavoro e di pensieri; pensieri tristi, soprattutto dopo il grave assassinio di Firenze, verificatosi il giorno prima, in cui i senegalesi Samb Modou e Diop Mor hanno visto la morte e poi più niente, mentre altre tre persone sono rimaste ferite: 5 persone il cui unico torto pare fosse quello di esistere e di esistere in quanto senegalesi. Ero assorta in questo, angosciata dalle pieghe di intolleranza sempre più frequenti e mai casuali o semplicisticamente pazzoidi.

Via di Porta Maggiore è spesso teatro di manifestazioni o meglio spesso è il foyer, il posto in cui si radunano giovani, operai, e contestatori tutti per partire e riempire le strade di Roma. Specialmente in questo periodo di grave incertezza e ingiustizia.

Così quando improvvisamente ho sentito alcune voci lontane, sparute ma già unite non mi sono meravigliata più di tanto, poi però quando le voci si facevano più dense e all’unisono scandivano “Basta Razzismo” in una cadenza diversa da quella romana allora mi sono voltata e ho visto il procedere vivo e animato di tanti fratelli percorrere via di porta maggiore, dagli archi che dividono il centro dal ‘resto del mondo”, fino a piazza Vittorio fermando il traffico e facendo accorrere vigili e polizia.

Nel corteo non vi erano soltanto i volti scuri dei fratelli addolorati e indignati per questo razzismo che sembra non finire mai; insieme a loro ve ne erano anche altri, altrettanto oscurati, che avevano iniziato la corsa con loro (cosa che ho appreso dopo), perché parte dell’Associazione 3 febbraio, attiva dal 1997, un’associazione anti-razzista. Mano a mano che si scorreva lungo i binari del tram fino a Via Napoleone III altri italiani si sono uniti al corteo. L’unica differenza, tuttavia, era che questi ultimi non si univano all’unisono al coro “Basta Razzismo” e “Vergogna Italiani”, sembravano invece semplici spettatori o timorosi di far parte di un unico coro un unico colore. Io ero lì partecipe ma anche piena di domande agli organizzatori italiani e non così come ai partecipanti. Come Azhar dal Pakistan che mi spiegava perché questo nuovo atto di violenza avesse preso forma e mi diceva:<< vorrei poter dire che non tutti gli italiani sono  così ma ogni volta non ci riesco...>>.

In Italia ci si abitua quasi a tutto: per anni l’abitudine di non essere considerati credibili e democratici ha fatto si che vedere alternati certi epiteti e locuzioni di riferimento (bunga bunga, mafia, ecc.) a quelli di nomi e patrimoni culturali, come se i primi ormai avessero preso il sopravvento e la patria podestà  sui secondi, non fosse più segno di onta e dispiacere ma un dato acquisito e goliardico. Ora e sempre più, e proprio grazie a questi anni di guerra all’Altro, in tutte le forme e provenienze, ci si sta abituando a queste espressioni. Popolo di santi, navigatori, poeti e... razzisti, dunque. Forse avremmo dovuto avere anche noi una Rosa Parks (attivista statunitense afro-americana, simbolo del movimento per i diritti civili, ndr.)  o un Martin Luther King (leader pacifista del movimento ucciso durante una manifestazione nel 1968, ndr.) a mandare avanti un sogno.. tuttavia spero non si debba arrivare fin lì e cacciare così quest’abitudine con l’indignazione.

 S.Z.
 

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