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I numeri sono allarmanti: un giro d’affari complessivo pari a 12.5 miliardi di euro, di cui il 30 % derivanti da reinvestimenti in attività lecite e il 70% da attività illecite. Questi i dati contenuti nel 1° Rapporto Eurispes-Coldiretti sulle agromafie, vere e proprie holding del crimine che con le loro immense disponibilità finanziarie sono in grado di condurre operazioni illegali su tutti i settori del comparto agroalimentare.
Roma 4 luglio 2011 - Contrabbando, contraffazione, sofisticazione dei prodotti e falsificazione dei marchi di qualità sono solo alcuni esempi di azioni fraudolente compiute sull’intero territorio nazionale da tali organizzazioni mafiose, cui si aggiunge il preoccupante fenomeno del “caporalato”, lo sfruttamento dei braccianti agricoli irregolari. Molteplici i danni per la collettività, dal pericolo per la salute dei consumatori all’evasione fiscale e contributiva legata al lavoro “in nero”.
In particolare, per quanto riguarda la contraffazione, il Rapporto evidenzia la diffusione del cosiddetto “italian sounding”, una forma di pirateria che utilizza denominazioni geografiche, marchi, slogan e immagini che si richiamano al nostro Paese per pubblicizzare e commercializzare sui mercati internazionali prodotti che “suonano” italiani ma che in realtà non lo sono. Il più diffuso nel mondo è il “Parmesan”, ma si trova in circolazione anche il “romano”, un formaggio prodotto nell’Illinois con latte di vacca anziché di pecora, e ancora falsi salami Toscano e Milano e spaghetti prodotti in Portogallo. A tale situazione di illegalità si aggiunge la prassi di varie aziende italiane di importare dall’estero una parte delle materie prime, che vengono poi trasformate in Italia in prodotti finiti, venduti sul mercato interno e su quello internazionale con il marchio “made in Italy”. Operazione consentita dalla legge, anche se poi l’origine del prodotto è una remota località del pianeta.
Tuttavia, se da un lato le imprese riducono i propri costi di produzione acquistando all’estero le materie prime, più a buon mercato rispetto alle nostre, dall’altro si crea un danno alla nostra filiera agroalimentare. Infatti, a causa di una contrazione della domanda nazionale, si abbassano i prezzi delle nostre materie prime con ricadute economiche e occupazionali negative soprattutto sulle piccole imprese, molte delle quali sono a rischio chiusura.
Ma c’è anche l’inganno dei consumatori, che non riescono a distinguere il prodotto “tutto italiano” da quello che invece è “solo in parte italiano”, in quanto trasformato in Italia con l’impiego di materie prime che arrivano da fuori. Questo può spingerli ad adottare esclusivamente il criterio del prezzo più basso nelle scelte di acquisto, magari a discapito della qualità.
Giuseppe lai |