L’attore cubano naturalizzato statunitense è stato protagonista di un affascinante incontro a tu per tu con il pubblico del Festival dedicato alle Fiction.
Si presenta sull’Orange Carpet del cinema Adriano di Roma con grandi baffi e occhialini aranciati. Ha un’aria da generale sudamericano e in effetti nel corso dell’incontro confermerà che il suo nuovo look è imposto dal copione di “Cristiada”, il nuovo film che sta girando in Messsico. Anche perché, scherza l’attore, altrimenti non ci sarebbe alcuna ragione per lasciarsi quei buffi baffi. È nella capitale per una masterclass dedicata a lui, ad Andy Garcia, alla sua lunga carriera, ma anche per ritirare l’Excellence Award che il Roma Fiction Fest ha voluto conferirgli.
Si comincia dal principio, da cosa lo abbia spinto verso la recitazione e la star, sorseggiando una tazza di caffè, si lascia andare con grande disponibilità al racconto: “Quando ero piccolo andavo al cinema come tutti. Mi piaceva. Ma soprattutto mi dedicavo allo sport, al basket e al baseball che occupavano gran parte delle mie giornate fino a che a 18 anni mi sono ammalato e non ho potuto praticarli per mesi. È stato lì che il mio interesse per il cinema è cresciuto e, visto che trovava campo libero, mi ha infettato come un virus. Alla fine delle cure avevo un’altra malattia: erano gli anni Sessanta e i miei eroi avevano i volti di Sean Connery, Steve McQueen, Peter Sellers e James Coburn”.
I primi ruoli Andy Garcia li ha esercitati in ambito televisivo, con piccole parti in serie ormai storiche come “La signora in giallo” e “Hill street giorno e notte”. Ma il suo obiettivo è sempre stato il cinema, ed è per questo che si è trasferito da Miami a Los Angeles. Culmine della sua carriera il ruolo da protagonista ottenuto nel “Padrino – Parte III”, di Francis Ford Coppola, il film più bello mai realizzato, confida l’attore, che ha sempre sentito come una sorta di chiamata da Dio: “Un giorno Frank Mancuso Senior, grande capo della Paramount, mi invitò a pranzo e mi disse che aveva parlato con Francis perché voleva che mi assegnassero il ruolo di protagonista nel Padrino. Quasi ci rimasi secco!”. Della lavorazione del film, invece, ricorda soprattutto il primo giorno: “Il Padrino è stato girato a Cinecittà ed io abitavo in una casa a Quarto Miglio. La notte uno zingaro entrò in casa mia spaventandomi a morte, anche se non c’era niente da rubare, solo le valigie e il pianoforte che stavo cominciando a studiare. Passai la notte in bianco e la prima mattina di lavorazione ero uno straccio”. Per Garcia, Coppola è stata la “vera fonte d’ispirazione” che gli ha permesso di apprendere le basi del mestiere di regista, a cui l’attore si è poi dedicato più volte nel corso della sua carriera.
E proprio parlando a titolo di regista, nonché di produttore in continua ricerca di finanziamenti, Garcia non si risparmia dal criticare il sistema degli studios americani, esaltando per contrasto il medium televisivo: “Il sistema degli studios è sempre più limitato, produce solo grossi blockbuster. Molte storie che non trovano sbocco al cinema si spostano quindi verso la televisione. La capacità del cinema di raccontare va verso la tv o il cinema indipendente”. La regia rimane ad ogni modo il suo pallino: “Potrei continuare a fare il regista e smettere di fare l’attore, e mi sentirei comunque sinceramente realizzato”. Tra i suoi progetti a venire il film “Hemingway e Fuentes”, un progetto sul periodo che lo scrittore passò a Cuba e della sua amicizia con il pescatore. Hemingway sarà interpretato da Anthony Hopkins, mentre nella parte di Fuentes sarà lo stesso Garcia.
Attore, regista, produttore ma anche musicista. Racconta la star: “Sono cubano. Cuba è musica e ce l’ho nel sangue. Ho studiato percussioni fino a 14-15 anni ma ho sempre avuto un’attrazione per il pianoforte. Quando con la mia famiglia ci siamo trasferiti in America non c’erano soldi per un piano e ho accantonato l’idea. Anni dopo mi è arrivata la sceneggiatura di ‘La città perduta’, un tomo di 300 pagine che mi ha spaventato, ma quando ho scoperto che il protagonista in privato suonava il piano mi sono detto: finalmente! Adesso imparo. E ho cominciato a strimpellare prima con due dita, poi con quattro. Ci sono voluti 16 anni per trovare i finanziamenti per quel film. Il Dio della musica aveva deciso che prima dovevo imparare bene. A quel punto però ho composto la colonna sonora!”.
Il discorso poi verte inevitabilmente sull’industria audiovisiva italiana, e Garcia si svela un amante del Neorealismo, uno stile che sente suo e che cerca di riprodurre. Tra le sue fonti d’ispirazione spunta fuori il nome di Rossellini, quanto ai contemporanei, ha molto apprezzato “Baarìa” di Giuseppe Tornatore, dove recita anche il suo amico Beppe Fiorello. Ma il suo preferito in assoluto rimane Giancarlo Giannini, un attore che trova superbo. Testardaggine, preparazione e metodo Stanislawskij, ovvero “Non amare te nell’arte, ma l’arte che c’è in te” sono i consigli che Garcia rivolge a chi voglia intraprendere la carriera dell’attore.
L’incontro si conclude quindi con qualche battuta sul doppiaggio e sul rischio di snaturare un’opera che andrebbe fruita in lingua originale, ma anche con un malinconico pensiero rivolto alla sua Cuba: “Y soy cubano – dice l’attore abbandonando l’inglese – cubano esiliato. Da cinquant’anni il mio paese è sottoposto a dittatura ed io sento molto la sofferenza dei cubani. Tanti paesi hanno problemi, ma sono liberi. Cuba non è libera”.