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La scrittrice italofona di origini ungheresi, Edith Bruck, racconta in forma epistolare il non detto ai suoi cari, madre e fratello, ormai scomparsi.
Roma 10 luglio 2010 - Spesso i dialoghi cominciano là dove si sente l’urgenza delle parole. Parole mai dette rubate cancellate o, appunto, Private. E per questo assenti e intime: proprio queste le parole che invece la scritttice ungherese, Edith Bruck, vuole donare ai suoi lettori con cui cerca il dialogo più implicito. Edith Bruck nasce in una povera famiglia ebrea e sopravvive alla deportazione verso cui il primo viaggio fatto insieme ai suoi familiari la porta. A metà degli anni ’50 arriva in Italia e vi rimane, rapita da Roma, forse, e dalla lingua italiana (sicuramente). In effetti è questa la lingua che utilizza per i suoi scritti e lo fa in un modo unico (più unico di come ogni scrittore possa mai utilizzare una lingua).
Edith spiega questo nodo dell’espressione durante la presentazione del suo libro, appunto: “Privato” (Garzanti, 2010), qualche settimana fa presso la Casa delle Letterature di Roma dove interviene insieme alla scrittrice, la docente di lingua e letteratura italiana presso la Seton Hall University del New Jersey, Gabriella Romani che, oltre ad essere anche una delle sue traduttrici in America, cura la post-fazione del libro.
“Non ho mai scritto in ungherese anche perché sapevo, sin dall’inizio, che a causa della censura del comunismo non avrebbero mai pubblicato nulla come volevo io”. “La lingua italiana per me vuole essere in qualche modo un nascondino una corazza, una difesa perché in questo modo sono più libera. In ungherese avrei avuto più pudore perché la lingua della mia infanzia ha, rispetto all’italiano, un significato e una profondità diversi per me.
In italiano posso benissimo nascondere alcuni significati e sensi, ad esempio pronunciare la parola ‘pane’ in ungherese mi fa vedere mia madre che durante la Pasqua ebraica prepaprava il pane nel forno, soprattutto poco prima della deportazione. Non percepisco poi la bruttezza di una parolaccia italiana mentre percepisco quella in ungherese; d’altra parte sento come fosse una pelle del tutto combaciante con me la lingua appresa. L’Ungheria è un paese da cui ogni volta che vado devo fuggire, la memoria è sempre dolorosa ma sono nonostante tutto contenta di portare questo fardello”.
Insieme a lei, a parlare del libro, sono intervenuti anche l’editore della casa editrice, Oliviero Ponte di Pino e un altro dei suoi traduttori americani giunto apposta per l’occasione, il professor Philip Balma della University of Connecticut.
Le chiedo cosa della lingua ungherese ha perso col tempo e con l’uso di quella italiana. “Ho imparato sin dal mio arrivo l’italiano perché fortunata. Con l’italiano non cerco altri significati, uso la parola per quella che è, vado sulla realtà e parlo di ciò che voglio parlare. Scrivo meno bene in ungherese, solo una volta vi ho scritto una poesia perché in italiano non mi riusciva; traduco inoltre dall’ungherese all’italiano e leggo in quella lingua, quindi pur non utilizzandola per la scrittura, la conosco abbastanza bene. Scrivere in italiano non mi ha tolto niente, piuttosto mi ha permesso quel distacco dalla memoria che altrimenti non avrei avuto”.
L’editore interviene su questo punto aggiungendo all’immediatezza della lingua di cui parlava Edith anche “una sensibilità poetica e musicale assolutamente straordinarie; il ritmo delle frasi e dei pensieri rendono il linguaggio particolare”.
Il libro accoglie, intanto, due racconti diretti rispettivamente alla madre e al fratello Ődőn ormai anziano: “Lettera alla Madre” – già pubblicato nel 1988 nel volume che porta lo stesso nome – e “Un mese dopo”. Prima si è parlato di lettere/dialoghi ora si fa riferimento a dei racconti; non è un refuso o una svista bensì soltanto un’altra definizione di questi scritti la cui funzione sembra modificarsi durante la lettura a seconda della piega che il lettore prende con la sua interpretazione. “Una conversazione, un dialogo con persone che non ci sono più con un procedimento erratico che va dal passato al presente e viceversa; la lettera per ricreare una presenza ma anche la dimensione che ricrea il conflitto tra silenzio e parole” questi gli ingredienti che Gabriella Romani ha messo sul tavolo durante la presentazione.
Silenzio e parole entrambi scaturiscono da questi due racconti che richiamano prima di tutto due assenze fondanti per la scrittrice: l’assenza e quindi silenzio delle parole non dette alla madre, perché scomparsa nel campo di concentramento di Auschwitz quando lei era troppo giovane; e il silenzio del fratello, il quale ha vissuto sulla propria pelle la morte del padre, morto solo qualche giorno prima della fine della guerra. Un silenzio che ha sempre messo tra sé e gli anni che lo hanno separato dalla terribile esperienza dell’Olocausto, tra sé e i familiari ma soprattutto la sorella di cui non ha voluto nemmeno leggere gli scritti copiosi sull’argomento e non solo.
La lettera “Un mese dopo” apre il libro e sin dalle primissime pagine il perdono di Edith al fratello per quel silenzio sembra già affiorare:”Era la prima volta che ti vedevo piangere e mi parve che il mondo intero piangesse, era terribile, eri mio padre, eri Iddio, eri l’uomo che piangeva per tutti gli uomini, eri Cristo ferito a morte dentro”.
Il viaggio interiore nelle ragioni del fratello si alterna con le riflessioni sul peso che ogni sopravvissuto porta con sé, peso che uno dei più grandi scrittori della letteratura concentrazionaria, Primo Levi, ha suggellato con il suicidio. E Primo Levi è il fulcro a cui Edith Bruck si appoggia soprattutto nella “Lettera alla madre” tanto da dubitare lei stessa del senso della sua scrittura, come Gabriella Romani annota a fine libro:”Primo Levi è un punto imprescindibile dell’opera” (...) E ancora ci ricorda alcune righe in questo senso:”(...) Tanto né lui né nessuno potrà mai dire cos’è un sopravvissuto e a cosa è sopravvissuto e perché si suicida un sopravvissuto”; (...)”Non scriverò più neanche io, mi dicevo” (...)
Ma soprattutto presente è nella “Lettera” un filo di tensione e insieme d’amore che evidentemente legava madre e figlia; la chiarezza e la durezza con cui a volte si esprime verso di lei, oltre a trasferire tutte le idee che ancora adolescente non era riuscita a dirle, ci lascia un quadro delle complicazioni che facevano parte della sua famiglia e del concetto di libertà diverso tra madre e figlia. Il controcanto della voce sola dei racconti è rappresentato dai personaggi che popolano indirettamente le tante storie e i tanti momenti racchiusi nelle due lettere. I familiari – zii, nipoti, la cognata Sara così diversa da lei, il nipote Shalom, il marito – e l’ebraismo stesso si fanno personaggi e ci raccontano un mondo complesso e contraddittorio.
Il dibattito ha anche coinvolto gli aspetti editoriali, che vedono una predilezione, in quanto a gusti in Italia, più per il genere autobiografico in sé che non memorialistico; mentre alla letteratura concentrazionaria si guarda, dice l’editore, “come a un qualcosa che più appartiene agli uomini”. Su questo punto un pò amaro chiosa Edith nel libro stesso:”Anch’io sono vista e vissuta come straniera in Italia, scrivere in italiano non basta per essere considerata italiana”!
Poi la scrittrice fa una confessione svelata qualche tempo fa già a un giornalista ungherese che le chiese perché scrivesse sempre della guerra. “Se durante la mia esistenza riesco a cambiare tre o quattro persone con la mia testimonianza, significa che il male non è stato inutile”. Una frase breve e, ancora di più che nello scritto, immediata ma che colpisce dritto al cuore e alla testa come lei si augura.
“Si parla agli altri per il futuro, per i giovani e quindi è importante lasciare la testimonianza del proprio tempo”. Il suo racconto come fosse un’appendice al libro continua sottolineando con la voce la libertà che le dà scrivere; come solo nella scrittura si ritrovi libera. Ed ecco che la scelta della lingua e l’azione dello scrivere trovano un tempo e uno spazio comuni.
In una frase su tutte si incontra quel dualismo tuttora irrisolto che regola la convivenza tra il bene e il male: ”Per noi sopravvissuti c’è qualcosa nella vita che non va. Il sapore del male c’è rimasto in bocca anche se mangiamo ciò che vogliamo e ciò che amiamo”. Se tuttavia le parole non bastassero a “far cambiare la testa alle persone” per far si che certa storia non si ripeti, c’è la testimonianza chiara e senza fronzoli di chi porta con sé tutta la memoria del mondo.
Simona Zecchi
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