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Imprenditoria agricola made in Italy : potenzialità e limiti di un patrimonio che il mondo ci invidia PDF Stampa E-mail
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Il focus con Antonio Grieco, direttore generale della F.Agr.I. L’imprenditoria agricola italiana è alla base di prodotti di altissima qualità, che ci invidiano da tutto il mondo. Un patrimonio enogastronomico frutto di tradizioni uniche e connesse al nostro territorio che non ha uguali.

Roma 10 novembre 2011 - Tuttavia la produzione agricola Made in Italy è scollegata dalla logica del “fare impresa” e fatica ad entrare nel mercato. Le ragioni? Tante micro realtà disgregate, soprattutto al Sud, che non permettono alle nostre eccellenze di insediarsi nel mercato, il ricambio generazionale, ma soprattutto la difficoltà ad entrare in una logica imprenditoriale da parte delle imprese, grandi o piccole che siano. Ne abbiamo parlato con l’ingegnere Antonio Grieco, direttore generale della F.Agr.I- Filiera Agricola Italia- l’organizzazione associativa che da un quindicennio sostiene le imprese agricole italiane con servizi diversi, impegnandosi soprattutto nella formazione e nell’informazione degli addetti ai lavori.

Cosa differenzia la F.Agr.I da organismi analoghi?
La F.Agr.I nasce come alternativa alle organizzazioni associative già esistenti sul territorio nazionale. Questa è la nostra peculiarità e il tratto distintivo che ci differenzia. Alternativa per noi significa non puntare solo su quello che è sempre stato, ed ancora, l’assistenzialismo alle aziende nostre associate e assiste, ma fare una mirata e attenta assistenza tecnica, con consulenza e formazione. Gran parte delle nostre energie sono rivolte alla formazione e informazione, con una grande attenzione e sensibilità per i giovani. Puntiamo tantissimo al rapporto con i giovani imprenditori, sostenendo e incentivando anche l’imprenditoria femminile.

Quali sono gli obiettivi primari della F.Agr.I?
Da sempre abbiamo avuto e continuiamo con alcuni standard fissi che rappresentano il nostro punto di partenza ma anche gli obiettivi che ci poniamo come organizzazione di categoria. Il primo è la  formazione a trecentosessanta gradi, finalizzata al raggiungimento del “fare impresa”. Non importa che il produttore sia piccolo, medio o grande, ma è fondamentale che entri nel meccanismo e nella logica dell’impresa vera e propria. Per noi dunque è necessario formarlo a questo tipo di attività, ma anche far conoscere e commercializzare i nostri prodotti eccellenza, portando sul mercato anche i prodotti di nicchia, molto spesso poco conosciuti per mancanza di organizzazione e aggregazione delle aziende produttrici. Il punto di partenza attorno cui si costruisce poi tutta la nostra politica è la formazione professionale, con una costante attenzione al mercato e a cioè che chiede. La fase successiva è un’organizzazione che può ambire anche a dei contributi, ne esistono diversi anche di provenienza comunitaria, ma che devono essere finalizzati e non costituire un palliativo.

Con che tipo di problematiche vi confrontate maggiormente?
Sono diversificate da Nord e Sud: il divario territoriale è netto. Le aziende del Nord non hanno problemi di formazione e informazione, quindi necessitano di essere assistite soprattutto dal punto di vista tecnico vero e proprio, perché sono già più organizzate e consolidate in gruppi di cooperative e consorzi. Quindi è un tipo di intervento diverso rispetto a quello che facciamo per le imprese del Sud, dove abbiamo ancora aziende che hanno bisogno di assistenzialismo vero e proprio. Stiamo puntando sempre di più per far capire che è l’assistenza quella che va promossa. La problematica maggiore nelle aziende meridionali è la disgregazione: tante piccole e piccolissime aziende scorporate fra loro, che essendo piccole realtà da sole non riescono a decollare o strutturare un discorso legato alla produzione ed un eventuale posizionamento sul mercato. A Sud, dunque c’è più bisogno di aggregare e creare sinergie fra di loro per imboccare un percorso di filiera. Anche per corta, ad esempio, c’è bisogno comunque di una produzione strutturata che garantisca almeno un certo quantitativo di prodotto. Un altro tipo di problema, che accomuna un po’ tutto il territorio nazionale, anche se al Sud è più spiccato, è quello del passaggio generazionale: per esempio abbiamo ottime aziende gestite da genitori che sono restii alle novità e alla logica del “fare impresa”. In questo senso c’è un forte legame col passato e riscontriamo difficoltà nello slegare il giovane dall’anziana logica aziendale dei genitori.

Assiste diversi tipo di aziende. Qual è il modello che il mercato richiede?
Le caratteristiche fondamentali che un’azienda deve avere per stare sul mercato oggi sono innanzitut0to la qualità della produzione, la conoscenza del prodotto e del mercato in cui ci si intende collocare. E ancora la tracciabilità del prodotto, senza contare che l’azienda deve essere a norma e totalmente in regola con quelli che sono i passaggi burocratici per arrivare alla produzione di qualità. E questo quello che il consumatore finale vuole: la qualità.  Ci si muove sempre di più verso questa direzione con un ritorno alle origini, alle cose tradizionali, fatti con processi e procedure moderne, ma che rispettano un certo standard qualitativo. Noi oltre ad indirizzare i produttori in questo senso facciamo in modo che fra gli addetti ai lavori ci sia lo scambio e la conoscenza di quelle che vengono definite “buone prassi”.

Pianificate anche uno sviluppo all’estero?
Da sempre la nostra organizzazione ha avuto la sensibilità e l’attenzione per di promuovere e far conoscere i nostri prodotti e le nostre peculiarità anche al mercato estero. L’obiettivo è di rendere possibile l’esportazione dei nostri prodotti anche all’estero con iniziative e progetti ben strutturati, anche a volte finanziati dalla Comunità europea, e farli conoscere con fiere, mercati ed iniziative di promozione a livello internazionale. Per queste ragioni sono in itinere una serie di progetti per promuovere i nostri prodotti e uscire sul mercato estere.


Francesca Toscano

 

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