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Il sistema agroalimentare: difficoltà e opportunità di crescita PDF Stampa E-mail
Innovazione & Ambiente
Domenica 04 Settembre 2011 16:19
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Sono in tanti a ritenere che le difficoltà dell’agricoltura italiana sono imputabili alla recessione internazionale che ancora oggi fa sentire i suoi effetti sulle economie di mezzo mondo, con gravi ripercussioni sul PIL e aumento della disoccupazione.

Roma 5 settembre 2011 - Ma non sono pochi gli analisti che considerano la recessione una delle cause della congiuntura negativa del settore agricolo, da attribuirsi a una molteplicità di fattori strutturali e culturali.

Personalmente vorrei porre l’accento su due aspetti:
a) la presenza sempre più massiccia nel nostro Paese delle grandi catene internazionali dell’agroalimentare;
b)  la scarsa valorizzazione delle produzioni alimentari locali.
L’influenza della Grande Distribuzione Organizzata (GDO) è nota da tempo. Le grandi risorse finanziarie di cui dispone consentono enormi investimenti, un’efficace penetrazione sui mercati e una diffusione sempre più capillare sul territorio. Grazie alle economie di scala, a noi consumatori vengono offerte grandi quantità di prodotti a prezzi convenienti; e così accade che il latte industriale costa meno di quello commercializzato dal piccolo allevatore, che deve far fronte a oneri più elevati per ogni unità prodotta.

Lo stesso dicasi per i derivati come formaggi, latticini e, in generale, per tutti i prodotti alimentari. Tra i fattori strutturali che ostacolano la crescita del nostro settore agricolo vi è l’eccessiva frammentazione delle aziende, gran parte delle quali è di piccole dimensioni, spesso a conduzione familiare. Queste microimprese fanno fatica a reggere la competizione con la GDO e nell’attuale congiuntura economica sostengono il peso maggiore della crisi: il loro fatturato tende a ridursi drasticamente e i bilanci, sempre più in rosso, diventano un pessimo biglietto da visita per le banche che difficilmente concedono loro finanziamenti. Lo stesso sistema di tassazione è generalmente ritenuto iniquo. Da qui le proteste degli agricoltori, pronti a scendere in piazza e a chiedere alle Regioni lo stato di crisi del settore. Tuttavia, è opportuno ricordarlo, nel nostro Paese esistono tante realtà imprenditoriali che esaltano la qualità delle loro produzioni attraverso i marchi DOP, IGP, DOC e numerosi prodotti locali che potrebbero essere meglio valorizzati. In che modo? Ad esempio attraverso una politica di sostegno regionale e nazionale alle filiere corte, che dia una mano a tanti agricoltori accorciando il percorso tra produzione e consumo. Ma occorre anche che si rafforzi la cultura della qualità, una nuova “forma mentis” del consumatore che guardi con occhio più critico il prodotto standard offerto dall’industria alimentare e prenda le distanze dalla cosiddetta mcdonaldizzazione dei consumi.

Nata sotto la spinta del modello americano, la cultura del fast-food è efficacemente sostenuta dalle multinazionali per creare bisogni sempre più omologati, non solo tra le giovani generazioni. Si pensi, ad esempio, al numero notevole di lavoratori che consuma velocemente i pasti fuori casa e che nei 10 minuti di pausa-pranzo non presta grande attenzione alla qualità di ciò che mangia!

Dunque, al menu standard fatto di pochi sapori, ingredienti, aromi, deve sostituirsi il menu basato sulla varietà e sulle differenze. Gusti e sapori diversi possono essere offerti da un’ampia gamma di prodotti alimentari tipici dei vari contesti geografici del nostro Paese. Valorizzarli significa dare fiato alla nostra agricoltura ma questo non può e non deve essere compito esclusivo della politica: noi stessi, cittadini-consumatori, possiamo mettere sul carrello della spesa cibi che rispettano requisiti quali stagionalità, freschezza, genuinità, possiamo scegliere un menu più vario e un’alimentazione più equilibrata che ci offre tutti i principi nutritivi di cui il nostro organismo necessita, a tutto vantaggio della salute e del nostro benessere. In questo modo riscopriamo la nostra migliore tradizione gastronomica che ha il suo riferimento più alto nella dieta mediterranea, un modello alimentare la cui validità è riconosciuta dalla comunità scientifica internazionale. E proprio alcuni mesi fa l’Unesco ha dato parere favorevole all’iscrizione della dieta mediterranea quale “patrimonio immateriale dell’umanità”.

Giuseppe Lai

 

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