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Bevande zuccherate e cibo spazzatura, il governo studia una nuova tassa PDF Stampa E-mail
Alimentazione - Alimentazione
Domenica 22 Gennaio 2012 16:54
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Il nostro governo ha di recente ipotizzato l’istituzione di una tassa sul cibo spazzatura, il “junk food”, per usare un termine anglosassone, ben rappresentato dalle bevande zuccherate e dagli “happy meal”, i menu tipici della più nota catena internazionale di fast food.

Roma 23 gennaio 2012 - La finalità della nuova imposta? rendere più costosi quei prodotti alimentari ritenuti responsabili della cattiva alimentazione degli italiani, scoraggiandone l’acquisto. Un provvedimento già adottato in altri Paesi europei, come Francia e Danimarca, mentre negli Stati Uniti è in corso da tempo una campagna per ridurre il consumo di bibite ipercaloriche, causa di sovrappeso e obesità nella popolazione americana.

Buone intenzioni a parte, nella misura preannunciata dal governo si pone a mio avviso un problema di metodo: far pagare 5-10 centesimi in più una lattina di coca cola o una confezione di patatine fritte, aggiungendo alla “lista nera” anche le irresistibili merendine del supermercato, non è lo strumento più idoneo per ridurne i consumi. Agli occhi degli italiani, infatti, l’aggravio di costo su questi prodotti verrà interpretato come l’ultimo escamotage in fatto di tasse, sovrattasse, contributi e balzelli che riempiono le pagine di quotidiani, TV e internet, un onere aggiuntivo destinato a far cassa prelevando soldi dalle tasche dei contribuenti. Un’interpretazione che rischia di far fallire il provvedimento in esame, almeno in relazione allo scopo “nobile” che si era proposto e cioè sollecitare regimi alimentari più virtuosi e rispettosi della salute.

Pur concordando sulla necessità di normalizzare i conti pubblici, è dunque molto probabile che la tassa sul junk food, se approvata, non porterà a un miglioramento dei comportamenti alimentari. Lo strumento per raggiungere questo obbiettivo è noto da tempo e si chiama “educazione al cibo”, che deve cominciare dalla prima infanzia e proseguire nell’adolescenza e in età giovanile, se si vuole arrivare a un adulto davvero consapevole di “ciò che mangia”. Famiglia, scuola, mass media, collettività in senso lato, sono i soggetti chiamati a educare i giovani all’uso corretto degli alimenti, guidandoli nelle scelte attraverso una formazione rigorosa che li aiuti ad acquisire un occhio critico nei confronti delle mode alimentari, della pubblicità e della pseudo informazione, molto diffusa nel nostro Paese. Lo stato, oltre ad introdurre nuove tasse a carico dei propri cittadini, dovrebbe creare le condizioni per un’efficace prevenzione dei comportamenti alimentari errati, fattori di rischio ormai accertati per una lunga serie di patologie, in primis sovrappeso e obesità, senza dimenticare diabete e malattie cardiovascolari. Una sfida non facile, che richiede strategie nuove e politiche giovanili più incisive mirate all’affermazione di una cultura del cibo più attenta alla salute e al benessere.

Giuseppe Lai

 
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